Hanno parlato di Lucia Giuffrida...

Le Critiche





Fabio Nolfo



Scorre agilmente l'occhio fra le tele di Lucia Giuffrida, e può muoversi attento tra colori propri e orizzonte di luce, sfumare nella linearità del disegno e rincorrere un senso nella pluralità degli indizi, in cui non è ancora risolto il percorso autentico dell'artista. Nel perseguimento, infatti, di un velato impressionismo, un'urgenza di realtà che ci restituisce una Sicilia distinta e mai vaga , assaporiamo il gusto della ricerca incessante, evoluzione in fieri; movimentato il dialogo che investe il problema gnoseologico ed esistenziale fra spazio e ambiente, aperture e dilatazioni che assecondano l'umore e l'immagine.

La pittura si inquadra in sistema e rincorre un percorso tematico. Assecondare le dinamiche del reale, dal naturalismo di maniera, grosso modo, di metà Ottocento, alle infrazioni, non ancora eterodosse do Impressionismo e Postimpressionismo, i fumi e gli estri, poi, delle varie avanguardie, moltiplica gli atteggiamenti: pura essenzialità, forti giochi di luce, inquadrature, statiche o dinamismo e pressioni, contestazione sociale e semi di rivolta, politicizzazione del fatto artistico o apatica riproduzione. Di tutto questo, e soprattutto di quanto non detto, nell'arte della Giuffrida troviamo molta selezione, lontani i toni della protesta, semmai l'ostinazione nel soggetto di un regionalismo non astratto e figurativo, contenutistico e molto al di là dei contenuti, una percezione dei rapporti visivi consapevole e intenzionale nel ferreo proposito di un messaggio semplice, ma colto.

Se ne trovano i riferimenti e l'azzardo: l'ultimo Courbert ritorna alla pittrice sotto i toni dell'abbaglio e nelle varianti paesaggistiche, i colori tratteggiano e subito si estendono, laddove in certi movimenti dell'acqua l'azzurro di un mare non fermo viene tradito ,meno irruente di un quadro espressionista, fratello minore del vento di un Kokoschka. Il verde è un colore frequente e, gioca nei contrasti, si sfaccetta nei toni, lotta col violetto e ancora con l'azzurro,assorbe ogni riflesso e si adagia sereno tra i fasti del giallo, in un bagno di sole. Un tratto che non esige il dettaglio, favorito da tela ruvida e abbozzo successivamente velato, si corrisponde a un colore sfumato e regolarmente diluito. Nessun appesantimento o andamento monotono, persino nel recupero di un soggetto medesimo. A più riprese troviamo Maniace con i suoi campi, ma le tinte del biondo non corrispondono, l'inquadratura cambia in funzione di un altrove che è un luogo possibile, le ombre si stagliano nette al di sopra del grano. La raffigurazione delle barche, altro motivo ricorrente, è materia di approfondimento e polisemica: ferme e arenate, ritornano sull'acqua, restringono lo sguardo e insegnano a vedere. La centralità dell'entità astratta è rilevante e si spiega: tutto ciò che è inanimato è la clausola di un pretesto.

Preme alla Giuffrida non comunicare l'inquietudine del mezzo o dell'oggetto in sé, ma richiamare, e col mezzo e coll'oggetto, il significato complessivo dell'attività specifica e del lavoro. Questa pittura ci insegna l'alfabeto di un'isola dispersa e pur vera, presente alla memoria collettiva e all'individuo. Essa intende raccontare coi mezzi propri, senza giustificazioni, istantaneamente. Così , in un quadro,il mulo sopravanza l'anziano, e include un mondo. Le orate preludono al pasto,i fichi d'India variano nei colori e quasi assumono umana sembianza, spessore fisico, talora celebrano spauriti i fasti dell'Etna. Il raccolto delle olive vede gli alberi testimoni e la fatica dell'uomo confinata nella distanza e nella prospettiva. Centrale non è dunque né la provincia né la città, non la chiesa o il monumento, uomo o animale, se presenti. La poetica dell'oggetto si riscatta nella figura e persino una vasca di plastica o un indumento steso al sole sono parte di una materia , come triviale autodenuncia: se l'essere umano è in primo piano, il mestiere lo subordina e vi si sostituisce.
E' questo un universo di poche parole, dove crolla ogni antropocentrismo; domina la logica del silenzio, un silenzio materno, e le immagini ce ne rendono i gesti.

Fabio Nolfo